Autrice: Tilini Rajapaksha
Si ringrazia la Cooperativa No.E e il Gruppo Agroecologia Fondo Parrini per aver contribuito alla stesura dell’articolo.
È iniziata e continua con furore l’estate dei pomodori. Convincono con il loro bell’aspetto nei campi e le prospettive che offrono alle persone di lasciare che il loro quotidiano venga determinato da tempi non-umani in buona misura (e maniera) diversi.
Da telai – crivi – pieni di semi di pomodoro a fare la salsa e mangiare cene sugosissime e fresche con le amicizie, a organizzarsi con le amiche, e di nuovo passare metà pomeriggio a capire le disponibilità di un furgoncino (essenzialmente al telefono, tra Porticello, Trappeto, Palermo, Calatafimi e Paternò), a essiccare pomodori di varietà Rosa d’Erice, Mexico, Corleonesi, Rustico di Cinisi, Rosso di Torretta, o a raccogliere datterini e ciliegini rossi, a far stringere salse corpose e pastorizzare, a sgranare decine di kg di piccoli pomodori Mexico da piante cariche e tra loro aggrovigliate, a rimboccare di foto di pomodori di ogni forma e colore un file di lavoro condiviso.

Si direbbe che quella con il pomodoro sia una relazione prettamente estiva, uno di quegli amori appassionati che ne vorresti per tutto l’anno, altro che…
Figurarsi che il pomodoro ha goduto in Europa nei secoli precedenti di umori alterni tra la gente. I conquistadores spagnoli, giunti nelle terre Inca di quel che oggi si chiama Perù a espropriare e colonizzare popoli e territori, conobbero prestissimo il frutto in uso in questi luoghi. C’erano medici europei che ne scongiuravano il consumo per via delle crisi angoscianti causate da una tal «cardiopatia pomodorica», accompagnata da infausti disturbi nervosi. Di tutt’altra ispirazione erano le comunità arabe di Spagna, che lo adorarono e contribuirono in modo significativo alla diffusione della pianta lungo tutto il bacino del Mediterraneo. Con il passare dei decenni si convinsero anche inglesi e francesi, ma sempre previa ebollizione di due ore per scongiurare ogni rischio!
Tempo dopo, l’estatico «pomodorico» ha soppiantato la cardiopatia, e noi ne siamo totalmente soggiogat*. Per tante persone spremere, essiccare, portare a bollore e ricavare con avidità tutta la polpa che c’è, tentare ricette di conserve che vengono da altre case e geografie, significa immergersi nello sforzo di portare quei gusti, odori e sapori fin nell’inverno più introspettivo e, chissà, magari anche nelle giornate di primavera che preludono a un nuovo inizio, a un nuovo incontro amoroso sotto il sole cocente.
Eppure la verità è che i filari scoppiettanti di pomodoro iniziano a esistere già dal mese di gennaio: realtà agricole e contadin*, ma anche amicizie che ad esempio vogliono metter su una salsa collettiva per l’autoconsumo, iniziano a pensarle e si impegnano in un esercizio di proiezione nel futuro e, dunque, di pianificazione.
Pianificare la stagione – in particolare, per chi fa agricoltura a partire da sementi contadine, gli stessi raccolti proprio l’estate precedente – significa scegliere le singole varietà che si desidera mettere in campo, con le rispettive quantità.

Cosa desidero farci con questi pomodori? Insalate sì, ma anche tanti litri di salsa. Quest’ultima, mi piace dal gusto dolce? Beh, inevitabilmente… La voglio rossa o gialla? Forse entrambe! Non troppe romanticherie però: il presente rende gravose certe questioni, quella dell’acqua e delle capacità di irrigazione prime su tutte. Se d’estate l’aridità si fa presente, come gestisco l’approvvigionamento d’acqua? I semi e le loro piante saranno in grado di portare avanti una crescita in aridocoltura? Quali sono le varietà che più si sono adattate a certe condizioni? Quali quelle che vivono da tanto tempo in coesistenza con i territori che abito?
Si ha a che fare con un bel po’ di semi. E di domande. Forse anche quest’ultime andranno ad arricchire il gusto della passata che arriverà sui banchi l’estate ventura.
La scorsa andò come si legge all’inizio di questo blog, sono proprio parole scritte nel mese di agosto. Tutti i luoghi che abbiamo attraversato (Camporeale, Partinico, Palermo, Altofonte, Campobello di Mazara, Poggioreale) restituiscono la dimensione allargata, di rete –fatta di aziende e cooperative agricole come di profane (persone non del mestiere, diciamo) appassionate e vicine alle questioni della sovranità alimentare delle comunità agroecologiche– all’interno della quale si producono, si raccolgono, si trasformano e si distribuiscono le sementi del progetto CLIMAVORE x Jameel at RCA nella sua appendice siciliana.
La giornata che abbiamo vissuto ad Altofonte lo scorso 3 agosto, ospiti di Rossella Calascibetta, pastora e agricoltrice, è stata un’occasione d’incontro per la nostra comunità: anche nel pieno della torrida estate, con i pini a farci un po’ di fresco sopra le teste, c’erano più di cento persone a sciacquare pomodori, raccogliere i semi delle decine di varietà pomodoriche coltivate, cuocere polpa e buccia nel pentolone sul fuoco e in ultimo passare tutto alla macchinetta, imbottigliare e pastorizzare, con ormai il conforto di una pasta al sugo assicurato per i mesi venturi. D’altronde, Senza Passata Non C’è Futuro.
La Passata Resistente confezionata con la Cooperativa Noe è il risultato sinergico di venti varietà diverse di pomodoro – abbastanza notevole, direi –, cinque realtà agricole della Sicilia Occidentale e una comunità di supporto attorno.
Dicevamo cinque le realtà coinvolte: il Caseificio alle Scale (Altofonte), l’azienda agricola Capo Granitola (Torretta Granitola, Campobello di Mazara), Cooperativa NOE, Cooperativa Ciauli e Cooperativa Valdibella. Quest’anno, lavoreremo con tutte loro, ma all’alleanza pomodorica si aggiungono Masseria Impastato (Terrasini) e George Akrugu (Poggioreale) e coltiveremo anche quest’anno più di 20 varietà di pomodori contadini.
La partecipazione alla Passata Resistente si allarga, e mentre fremiamo dalla voglia come già dalle stanchezze in preparazione alla stagione, riflettiamo che il contemporaneo, con le sue instabilità e cosiddette emergenze, rende lampante più e più quanto è importante, e forse urge dire necessario, per le comunità difendere o costruire i propri spazi di sovranità alimentare: la drastica riduzione dei flussi commerciali dettata dalla guerra contro l’Iran nelle ultime settimane sui traffici che interessano lo Stretto di Hormuz rinforza quanto emerso già dalle «crisi» del sistema capitalistico globalizzato in cui viviamo (dal 2008 al dispiegarsi del conflitto russo-ucraino) e cioè la difficoltà strutturale da parte degli stati di garantire una capacità di approvvigionamento che soddisfi i consumi alimentari della popolazione nazionale.
L’agricoltura mondiale – è uno schiaffo sonante sulla faccia di tutt* noi– dipende da agrofarmaci di sintesi chimica, cioè fertilizzanti (famosissima è diventata l’UREA in questi giorni) e pesticidi, spesso derivati dai combustibili fossili, dal petrolio, dalle trivelle, dalle piattaforme, dalle raffinerie e dagli impianti petrolchimici. Dipendere da sostanze che depauperano i terreni, che si rendono «indispensabili» per ottenere delle colture produttive e minano l’autonomia delle piante legando le futuribilità dei luoghi a circuiti di produzione industriale globale, non è faccenda per noi.

Nell’insormontabile senso di impotenza che viviamo, mentre gli Stati-nazione diffondono la cancrena dei loro romanzetti geopolitici, noi restiamo con il cuore in solidarietà ai popoli e ai territori devastati e saccheggiati delle loro vite. Sembrerà insignificante a confronto e mai sufficiente, ma nelle nostre esistenze come nella pratica agricola, contrapponiamo la circolarità, la restituzione e il mutualismo. Per i suoli, ad esempio, la fertilizzazione si fonda sulle pratiche di rotazione e di restituzione della materia organica al suolo; si lavora con il compost; si integra con allevamento (letame), sovescio e piante che arricchiscono il suolo, come la sulla che vedete fiorire in questi giorni di maggio.
Diffondiamo sulla, letame e pratiche agricole che rafforzino la fertilità e resilienza dei terreni e territori che abitiamo per non essere più dipendenti dai derivati del petrolio su cui si fonda la maggioranza dell’agricoltura mondiale, per rafforzare parallelamente filiere nazionali e locali importantissime, con circuiti locali di distribuzione e consumo che mettano insieme cittadine, mense, ristoranti, produttori locali. Sì, perché speriamo che le salse, le passate, i pomodorini secchi che prepareremo quest’estate inondino le nostre tavole ma anche le vostre, in un estatico pomodorico che riempirà di rosso, rosa e giallo i sogni tra afa e sudori.
Fonti
The Guardian – Gulf fertiliser blockade
Giornale Radio FM – Corrente Alternata, 21 marzo 2026
The Guardian – Strait of Hormuz
Altreconomia – Fuel to Fork
Melani Le Bris, 2020. La Cucina della Filibusta. Il vero tesoro dei pirati caraibici. Elèuthera.