È quasi finita l’estate, e’ passato piu di un mese da quando abbiamo incontrato Mimmo Lucano alla Cooperativa Valdibella, alla casa Gialla. Nel frattempo, la nostra provincia e un’altra metà della Sicilia hanno bruciato, lasciando colonne di fumo per giorni a imporci, come totem malvagi, un oscuro presagio sul futuro. Tutto è cominciato la sera stessa dell’incontro con l’europarlamentare Mimmo Lucano, il 18 luglio 2026, una sera caldissima in piena estate.
Tornando da Camporeale a Palermo, la sera tardi, le lingue di fuoco scandagliavano le montagne da San Cipirello sin dopo San Giuseppe Jato. Le nostre lacrime di preoccupazione non hanno spento quel fuoco, né quelle dei giorni seguenti. Le sensazioni che ci suscitavano quei 15 chilometri di fuoco cozzavano enormemente con la fiducia e la passione per la lotta che usciva dalle parole di Lucano ci ha messo in uno stato di profonda contraddizione. Ma non poteva che essere la prova che confermava l’attualità e il senso del discorso che ci ha fatto Mimmo Lucano. Nonostante tutto, contro ogni sconforto, dobbiamo continuare a lottare per quello che migliora il mondo.

La disobbedienza istituzionale di Mimmo Lucano
Mimmo Lucano è una persona del Sud, sicuramente in tanti lo avranno scritto, capito, raccontato. E non gli manca certo una prospettiva nazionale, europea, o globale. Il suo discorso che non appiattisce il peso politico della parola “umanità”, anzi, lo radicalizza. L’umanità di cui parla è quasi spaventosa. Ci fa stare bene l’idea che, seppure più di 10 anni fa, una persona si sia esposta per qualcosa di fondamentalmente giusto, addossandosi tutti i rischi legali e non solo pur di non abbandonare le persone in difficoltà.
Ci ha fatto sembrare normale che ci sia stato un uomo delle istituzioni che si è frapposto tra le leggi ingiuste e il destino nefasto di centinaia di persone in movimento.
Eppure non era normale, e non lo è tuttora: anche se la storia di Riace si è diffusa ed é nota, condivisa e apprezzata, l’umanità di Mimmo Lucano come figura politica rimane un caso unico. Ecco, questa umanità raramente viene imitata dalle persone comuni, meno che mai dagli altri rappresentanti politici.
L’umanità è, di fatto, estranea alle istituzioni. Mimmo Lucano eppure non ha lasciato che il ricoprire un ruolo politico lo esonerasse dal continuare a investire risorse pubbliche per la sopravvivenza di persone alle quali, stando alle leggi, non andava dato alcunché, anzi, andava tolto tutto. Fare questo da figura pubblica, ha fatto si che le istituzioni fossero l’altoparlante dei suoi gesti.
Per Mimmo Lucano, oggi eurodeputato di AVS, la militanza per la solidarietà tra persone eccede qualsiasi funzione egli ricopra a livello istituzionale, e si chiede come non potrebbe essere cosi. Per lui, non v’è una scelta tra l’atto di solidarietà e il voltarsi dall’altra parte. Così Mimmo ha raccontato la storia degli sbarchi degli anni 90, l’inizio del suo volontariato, la solidarietà portata avanti anche con il supporto della Diocesi locale. Nonostante Mimmo fosse comunista, e in paese non si mancava di notarlo, a tutti sembra esser risultato subito chiaro che la sua determinazione avrebbe lasciato il segno.
Anche quando è diventato sindaco nel 2006, si era capito che non si sarebbe fermato davanti a nessuno, pur di portare a termine qualcosa che per la stragrande maggioranza della popolazione è impensabile. Ed è per questo motivo che ha fatto così eco la storia di Riace, purtroppo. l suo semplice esempio di umanità, dice Lucano, non richiederebbe particolare attenzione in un mondo ‘normalmente’ umano.
E invece, per questo, viaggia in continuazione, perche invitato a raccontare ovunque Ia sua storia, il suo coraggio e la particolarità di quel che ha fatto.
Questa situazione di cose è anche responsabilità della sinistra e di vari governi, ci dice Mimmo Lucano, che abbiamo avuto in Italia. Gli artefici del sistema anti-migratorio messo in piedi in modo sempre più securitario sono sia al governo di oggi che all’opposizione. La pulsione securitaria è la cifra della politica dei nostri tempi, ci dice Mimmo, con gran dolore.
Si è soffermato su un punto: che gli ha fatto quantomeno piacere vedere che l’identità del suo paese, Riace, potesse fregiarsi di un gesto collettivo di solidarietà semplice, in un mondo che rifiuta questa semplicità. Perché l’eco che ha avuto il modello Riace, ci dice, dimostra che è davvero vero che fare esercizio di umanità in ogni circostanza dinanzi alle catastrofi può essere un gesto le cui implicazioni superano le nostre aspettative. E di cui si parla in tutto il mondo, per più di un decennio.
Anche da un posto piccolo si fa la differenza, senza neanche saperlo. Scoprirlo, ci dice, è stata una grande emozione.
Persone, semenze e diritti: per un’agroecologia senza frontiere
Ora che abbiamo ripercorso alcune delle storie di scelte raccontateci da Mimmo Lucano, qualcun direbbe radicali, altri semplicemente umane e di accoglienza, le mettiamo in continuità con le nostre scelte che facciamo sui territori, di portare avanti la lotta agroecologica. E osserviamo come anche e soprattutto nelle pratiche ci sia una circolarità e un modo comune di intendere come vogliamo vivere i nostri territori e le nostre comunità: le pratiche agricole, per noi, sono pratiche abolizioniste, per la libertà di movimento, e la solidarietà e il mutualismo tra le piante e le comunità contadine affrontano sfide e ostacoli molto simili a quelle raccontateci da Mimmo Lucano riguardo la solidarietà tra le persone.
Per questo vogliamo qui brevemente interrogarci quali sono i punti di connessione tra le nostre lotte e perché sembrano essere così tanto collegate, in un disegno che si potrebbe dire eco-socialista.
Mimmo Lucano, guardandoci mentre cominciava la nostra conversazione, ci ha salutati ricordando quanto il mondo a contadino sia ancora centrale per la cultura della solidarietà nella quale si riconosce. Le famiglie e le comunità contadine conoscevano il mutuo aiuto e lo praticavano per necessità. Non è un caso, ci dice, che i progetti agricoli sui territori rappresentano una rete nevralgica di solidarietà in moltissime parti del Sud Italia, dalle cooperative bracciantile ai progetti di agricoltura sociale, dai beni confiscati alle Comunità di Supporto agricolo (CSA).
Il mondo agricolo solidale e la sua organizzazione agricola ricostruiscono la società, la ripensano nel suo piccolo. Come ci dice Mimmo, nei paesi interni l’agricoltura e in piccole comunità è chiamata a prendersi cura del territorio, di quello che circonda il paese e la comunità. Dove operano realtà agroecologiche, la cura del territorio include anche dover affrontare le criticità che porta uno sbarco, un naufragio, o lo spostamento forzato di un gruppo di persone detenute (pensiamo alle strutture della tortura, i CPR) o per lavoro (penso alle ghettizzazioni dei braccianti agricoli) Il territorio è di fatto il corpo socializzato della comunità paesana. Lavorando con le persone in movimento, cioè i migranti, le comunità contadine ritessono una nuova rete per ri-abitare il territorio. Costruendo futuri agricoli, si costruiscono futuri sociali, lavorativi, comunitari ed ecologici. Il lavoro svolto nei campi dalle cooperative bracciantili, o dalle associazioni che lottano contro il caporalato, o semplicemente chi rivendica un lavoro sicuro per la propria terra o azienda agricola, partecipa alla costruzione della “soluzione”.
Con l’agricoltura, non si tratta solo di affrontare solo cosiddetti problemi di ‘integrazione’ o ‘inserimento lavorativo’ delle persone migranti, ma si tratta anche di reinterpretare con noi stessi, oltre che le persone arrivate da fuori, quale sia l’idea di “radicarsi” su un territorio.
La partecipazione delle persone in movimento alle attività agricole è stata dimostrata come fondamentale per l’agricoltura industriale. E noi controvertiamo l’idea che sia quella l’agricoltura giusta, cercando continuamente formule di imprenditoria sociale che consentano a gruppi di braccianti e di contadini di collaborare su prodotti sani per tutto (vedi la salsa SfruttaZero o la passata NOCAP, la passata delle Terre Occupate Giuseppe di Vittorio, o le cassette di arance di SOS Rosarno). Quando progetti di questo tipo funzionano, il successo ricade sul territorio a pioggia.
Per questo si dice che l’agroecologia sia abolizionista. Perché nel re-descrivere il mondo attraverso i rapporti agricoli tra umani e altre specie, non lascia spazio per lo sfruttamento, tanto della natura quanto delle persone. E non può l’agroecologia rimanere neutrale rispetto al problema dei confini, che segnano la vita di tutt, in un modo o in un altro, più severamente anche a seconda del colore della pelle.
Ma appunto, anche in agricoltura i documenti e i passaporti pesano. Mentre Mimmo Lucano ci raccontava delle carte “false” che gli venivano contestate, e di come la burocrazia si frapponga continuamente tra la vita delle persone e il diritto a un futuro su un territorio, noi pensavamo a come le burocrazie sementiere facciano lo stesso. Le leggi non consentono la possibilità per le sementi contadine di prendere piede su un territorio, perché senza documenti e con difficilissime se non impossibili pratiche burocratiche da svolgere per ottenerne uno.
E il discorso di Mimmo si è unito al nostro naturalmente, forse non sono mai stati separati. Così come non si deve negare ad un semenza contadina la possibilità di diffondersi tra le comunità agricole, cosi non si può impedire alle persone di trovarvi una casa, specie se si trovano in situazioni di rischio di vita.
Come a Riace il modello di civiltà solidale ha dimostrato che la solidarietà vince anche quando perde in tribunale, con i semi è più o meno la stessa cosa. I semi che sono riusciti a circolare e a trovare nuove case sono tutti obiettivi raggiunti, piccoli successi che costruiscono un importante passo per la sopravvivenza.
E i contadini e le contadine che continuano nonostante tutto a riprodurre i semi e a scambiarli, e produrre cibo e vivere di questo, fanno quindi quel gesto di disobbedienza civile che e’ propria di ogni solidarietà, e che trasforma le leggi in un discorso suscettibile di critica, di analisi e di messa in discussione.
L’agricoltura spesso viene tacciata di essere la forma più stanziale di economia. Invece l’agricoltura è movimento: di sementi, di persone, di idee, di pratiche, di animali, di piante, di macchine, di saperi. E finché le leggi non consentiranno che questo potenziale dinamico si possa esprimere, torneremo a prendere ispirazione dai gesti rivoluzionari come quello di Mimmo Lucano.
Gruppo Agroecologia Fondo Parrini